

81. La netta prevalenza del mondo agricolo: i dati del primo
censimento.

Da: C. Daneo, Breve storia dell'agricoltura italiana, Mondadori,
Milano, 1980.

Dal quadro dei dati, talvolta incerti e confusi, estrapolati dal
primo censimento effettuato nel regno d'Italia nel 1861, emerge,
fra le attivit lavorative dei cittadini, l'assoluta prevalenza
dell'agricoltura. Tale caratteristica fu confermata anche dalla
distribuzione della popolazione, la cui percentuale definibile
come urbana non raggiungeva nemmeno il 20%. Ma, al di l della
prevalenza quantitativa, l'agricoltura italiana, per dirla con lo
storico Carlo Daneo, si mostrava a malapena in grado di far
sopravvivere i suoi addetti e, tranne qualche eccezione, si
reggeva ancora sulla zappa, il falcetto e l'aratro di legno. Da
questa attivit agricola, che soprattutto nel Sud si rivelava
scarsamente meccanizzata e produttiva, lo stato italiano traeva
comunque oltre il cinquanta per cento delle sue esportazioni,
smerciando all'estero seta greggia, che rappresentava la voce pi
importante, poi vino, olio, ortaggi e frutta. Nel settore dei
cereali il paese aveva invece un notevole deficit che doveva
compensare importando prodotti dall'estero.

Il 31 dicembre 1861 fu eseguito il primo censimento della
popolazione, e in esso si cerc di raggruppare gli abitanti a
seconda delle loro attivit, e distinguere da questi i non attivi.
Risult (ma da questi risultati come quelli dei censimenti
successivi davano luogo a molti dubbi) che la popolazione del
regno - da cui doveva escludersi il Veneto fino al 1866 ed il
Lazio fino al 1870 - era di 21,6 milioni di anime, di cui 12,6
milioni occupati in qualche attivit e 9 milioni senza
professione; ma di questi ultimi 5,3 erano bambini fino ai 9 anni,
per cui fra gli adulti il quoziente di attivit raggiungeva la
cifra elevata del 78 per cento. Di questa maggioranza lavoratrice,
il censimento ascriveva all'agricoltura 7,7 milioni di persone,
pari al 61 per cento; 3,1 milioni all'industria; poco pi di 600
000 al commercio ed ai trasporti; 1,5 milioni ad altre attivit
alla rinfusa, dagli ecclesiastici (161 000) ai domestici (474
000).
In realt - e le relazioni allegate al censimento non mancavano di
farlo notare - l'attribuzione all'uno o all'altro gruppo o a
nessun gruppo in particolare era stata lasciata alla discrezione e
al buon senso dei rilevatori; e non era stato, il loro, un compito
facile. In una societ che, particolarmente nel Mezzogiorno, si
articolava in modi di produzione e di vita tradizionali ed
integrati, come distinguere il coltivatore vero e proprio dal
contadino-mulattiere, dal bracciante cestaio o segantino [addetto
al taglio del legno], dal colono-bottegaio o falegname, da pastore-
casaro; e soprattutto come classificare le centinaia di migliaia
di donne immerse in un'attivit agricolo-artigianale a domicilio
(oltre che casalinga)? D'altra parte i mestieri non agricoli
puri erano davvero pochi: qualche centinaio di opifici
occupavano stabilmente 30/40 000 persone; forse a 100 000
arrivavano i muratori; il lavoro a domicilio legato ad imprese
commerciali occupava 500/600 000 persone; il resto - a parte uno
strato sottile di impiegati - era costituito o da artigiani o da
contadini vaganti fra vari mestieri. Del resto, stime eseguite
successivamente indicavano una quota di addetti all'agricoltura
non distante dal 70 per cento della popolazione lavorativa. Una
controprova  fornita dal numero di abitanti in centri che
l'ampiezza ci consente di definire urbani: nel 1861 i residenti in
centri con pi di 10 000 abitanti (sempre escludendo Veneto e
Lazio) risultavano 3,6 milioni, corrispondenti a poco pi del 16
per cento della popolazione. In altre parole, su poco meno di 22
milioni, gli abitanti delle case e dei centri immersi nelle
campagne erano 18 milioni. [...].
Il censimento conferm quanto gi si supponeva, ossia che -
desiderabile o meno che fosse la piccola propriet - essa era ben
scarsa nelle campagne italiane. La categoria dei coltivatori in
proprio non contava che il 16,4 per cento degli addetti
all'agricoltura (1 260 000) cui si potevano aggiungere per un 4
per cento gli affittuari (300 000). Anche i mezzadri raggiungevano
appena il 16,2 per cento (1 200 000) e accanto ad essi figuravano
per il 4,1 per cento i coloni (300 000). Insomma, il proprietario
coltivatore, l'affittuario, il mezzadro e il colono - tutte figure
che si reputava fossero in qualche modo cointeressate alla
crescita ordinata dell'economia, in quanto istituzionalmente
coinvolti in un ordinamento agrario di tipo conservatore -
risultavano meno della met della popolazione attiva agricola.
Accanto a loro si ergevano, turbolenti ed infidi, almeno 2 700 000
giornalieri [lavoratori occasionali, pagati a giornata], ed
infine - figure misteriose - 1 400 000 contadini senza altra
indicazione. [...].
Al momento dell'unificazione, rivelazioni statistiche attendibili
sulle principali produzioni non esistevano. I soliti Correnti
[Cesare Correnti, scrittore e ministro] e Maestri [Pietro Maestri,
statistico e patriota], unendo ed integrando stime incerte,
calcolarono una produzione media, per il frumento, di 29 milioni
di quintali; per il granturco di 13, per il riso di un milione:
sul complesso dei cereali che si dicevano (ottimisticamente)
panificabili l'Italia aveva un deficit di almeno un milione e
mezzo di quintali. Si producevano poi, in misura eccedente i
consumi interni, 24 milioni di ettolitri di vino; 1,6 milioni di
quintali d'olio; quantit imprecisate di agrumi e frutta fresca e
secca. Carni bovine e suine erano prodotte in ragione di circa 2,5
milioni di quintali all'anno, e qualche poco di bestiame vivo si
importava; forse 80 000 quintali di burro e attorno ai 300 000 di
formaggi sembravano essere il prodotto degli allevamenti
zootecnici, che consentivano una limitata esportazione di formaggi
tipici: con un patrimonio zootecnico di 3,7 milioni di bovini (di
cui 2 milioni di vacche), pochi pi suini, e 11 milioni fra pecore
e capre. Ma la produzione-chiave era quella del baco da seta, con
bozzoli per quasi 500 000 quintali ed una produzione di seta
greggia di 4,5 milioni di chilogrammi. Fra le produzioni minori
erano da ricordare canapa e lino.
Il valore di questi prodotti ed altri meno rilevanti, in moneta
dell'epoca (1861/1865) poteva calcolarsi in 4 miliardi e 200
milioni; pari a un prodotto lordo per addetto (statistico) di 545
lire l'anno; che, detratte le sementi, si riducevano a 500 lire.
Detraendo ancora i numerosi prelievi dei proprietari (sotto forma
di affitti, quote mezzadrili e coloniche) certamente non inferiori
al 30 per cento, restavano ad ogni addetto all'agricoltura 350
lire pulite all'anno [da confrontarsi con le circa 800 che
percepiva allora un impiegato statale del pi infimo livello]. Non
c'era da rallegrarsi sulla condizione dei contadini (anche se non
risulta fossero fatti in quel tempo calcoli globali di questa
natura); ma ancor meno si poteva essere soddisfatti dell'andamento
di un settore produttivo, fondamentale e strategico, che si
mostrava a malapena in grado di far sopravvivere i suoi addetti.
[...].
Da questa agricoltura che - tranne le poche aree attrezzate della
valle padana e qualche oasi in altre regioni - si reggeva ancora
sulla zappa, falcetto e l'aratro di legno, il commercio estero del
regno riusciva comunque a trarre il 55 per cento delle sue
esportazioni. Su una media di 560 milioni di lire ricavati dalle
esportazioni nel 1861/65, l'agricoltura contribuiva direttamente
con almeno 350 milioni, di cui 220 dovuti alla seta greggia e, in
piccola parte, ritorta; 50 milioni da frutta fresca, agrumi e
ortaggi; 75 milioni da vino ed olio; la parte restante da
latticini, riso, frutta secca.
